BRACE
per flauto contrabbasso / for contrabass flute (2015)
dedicato a / dedicated to: Antonella Bini
EDIZIONI SUVINI ZERBONI - MILANO
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brace
Come ben dimostra il mio catalogo, ho sempre avuto una predilezione particolare per gli strumenti gravi e gravissimi. E' stato quindi inevitabile accogliere con entusiasmo la proposta di Antonella Bini per un nuovo lavoro dedicato al flauto contrabbasso, ancora mancante all'appello.
Caratteristica generale dell'impostazione compositiva è soprattutto la rinuncia pressoché totale al puro e semplice abbandono contemplativo del timbro e della filigrana cromatica del suono, tentazione tanto forte (ed estremamente fruttuosa, nei suoi primi risultati) quanto ormai tendenzialmente ripetitiva come esiti compositivi. Vi è invece il desiderio di spingere il flauto contrabbasso verso panorami sempre mobili e nervosi, forzando quindi le inclinazioni più sfruttate dello strumento. Ne deriva un percorso costellato da ostinate pulsazioni regolari, vero elemento guida dell'intera narrazione attraverso ritorni e trasformazioni continue, oppure tagliato da impennate improvvise verso il registro acuto, quasi sempre riportate rapidamente verso situazioni di energia compressa, nascosta.
Pochi episodi tentano di disegnare, in maniera più o meno chiara, brevi linee di canto tentando di sciogliere sia pure per poco la tensione del cammino; si tratta tuttavia di tentativi immediatamente cancellati dalle figure aggressive predominanti, fino all'epilogo dove i rintocchi del suono più grave, svuotandosi timbricamente ma non perdendo la filigrana ribattuta, lasciano che qualcosa continui a nascondersi sotto la cenere apparentemente spenta.

As my catalogue clearly shows, I have always had a particular predilection for low and very low instruments. It was inevitable, then, that I should accept with enthusiasm Antonella Bini's proposal for a new work featuring the contrabass flute, a new entry for me.
The general characteristic of my approach to this composition is an almost total renouncement of the pure and simple contemplative abandon of the timbre and of the chromatic filigrane of the sound, a great temptation (and extremely fruitful, at first) but tendentially repetitive as a final compositional outcome. Instead I wanted to push the double bass flute towards more mobile and nervous scenarios, thus stretching the most commonly exploited inclinations of the instrument. The result is a path studded with obstinate regular pulsations, the true leading thread of the whole narration through reprises and continuous transformations, or interrupted by sudden leaps to the highest register, almost always instantly brought back to situations of compressed, hidden energy.
A few episodes try to draw, more or less explicitly, short melodic lines in an attempt to dissolve, albeit briefly, the tension of the path; they are in any case attempts that are immediately cancelled by the predominant aggressive figures, until the epilogue where the beating of the lowest sound, emptying itself timbrally but not losing the repeated thread, gives the idea that something continues to hide beneath the apparently spent ashes






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